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 COMUNICATO #2 19 giugno 2003

"La Sardegna, i sardi, le scorie:

il punto di vista indipendentista"

 

Eccoci di nuovo qua. Ecco che i sardi nuovamente si “arrabbiano” e nuovamente sfoderano il famoso “orgoglio” sardesco. Ecco anche, di nuovo, che altri sardi si prestano, e prestano la loro terra (o diciamo meglio, “non avrebbero problemi a prestarla”), ad un atto da cui con tutta probabilità sarebbe impossibile tornare indietro.

Ora però c’è il problema che questi ultimi sono più che altro un “presupposto” della situazione: se la Sardegna diventa una bomba nucleare in mezzo al Mediterraneo ci dovrà pur essere qualcuno dei “nostri” che ha “tradito”, che ci ha barattato per pochi (rispetto al danno che fa alla collettività, forse moltissimi rispetto al suo guadagno personale) denari.

Ci deve essere – viene da pensare – ma a guardarsi in giro, in apparenza non c’è. Ciò che si vede è che tutti, ora, sono “contro”. Certo si può sempre pensare che c’è chi dice di essere contro ma lo fa fintamente o male, che ci sono tante persone che nel silenzio della rassegnazione o dell’illusione di chi sa quale “progresso” fondamentalmente accettano che ciò che sta accadendo accada, ma questo non cambia la percezione di fondo: ora, pare, siamo compatti e uniti. Davvero? Su cosa?

 

Ecco che torna lo Stato arrogante e distruttore, anzi, “colonizzatore”. Ecco che torna lo Stato esplicitamente santificato dai sardi con la partecipazione a Guerre e Feste varie (queste sempre “autentiche”, sempre piene di “valori”, anche quando espongono parate militari), al rito del tifo per la nazionale italiana e la Ferrari, alla gente che accorre a quegli assurdi “parchi gioco” organizzati dall’Esercito, lo Stato santificato con le elezioni, con il dibattito sugli eventi “nazionali”, con il senso “civico” di destra o di sinistra, conformista o antagonista, nazionalista o internazionalista, ma in fondo sempre “italiano” e anti-indipendentista. Ecco che torna, anzi, che sempre permane, la venerazione implicita di chi ogni giorno ripete vecchi e  logori stereotipi sulla propria italianità, che culla la propria identità in una immaginazione etero-prodotta, di chi preferisce conservare la tradizione e non inventare nulla – non sia mai che sembri che il mondo si muove anche per merito nostro e a modo nostro –, di chi accetta di cancellare la propria Storia per non rischiare di apparire diverso e fare brutte figure, o essere rinnegato!

…di chi dice che lo Stato è “colonialista” ma la Sardegna non è una Nazione…

Eh sì, perché siamo di nuovo qui; siamo di nuovo (quando va bene) all’anti-colonialismo, ovvero al fatto che la Sardegna guadagna una sua identità, in questo caso l’“essere colonia”, solo perché qualcun altro la obbliga a questa situazione. E così si può essere uniti solo nell’essere contro…senza alcuno sforzo proprio, elaborativo: solo per inerzia, solo perché l’offesa si è fatta troppo grande. Ma se non ci fosse stata l’offesa? Se non ci fosse stato questo pessimo Stato ma uno buono, illuminato, giusto? E se ci fosse domani? Cosa faremmo? accetteremmo di buon grado di farne parte, di sentirci e dirci “italiani”? Grandi problemi per chi non è indipendentista, per chi non ha coscienza della propria diversa nazionalità, a prescindere dal fatto che ci mandino le scorie, i soldi dell’assistenza, lo sviluppo, la cultura o quant’altro…Del resto per ora (ma forse, a ben pensarci e guarda caso, è da sempre) lo Stato è “davvero cattivo” e così il problema per questi sardi continuamente e quotidianamente anti-sardi non si pone: ora ci si può concedere di protestare e rivendicare, di mostrarsi risentiti, umiliati, offesi, sfruttati. Ci vuole ogni tanto, come sfogo, per poi riuscire a sopportare un altro po’ di anni di umiliazioni meno eclatanti e più quotidiane. Ci vuole, per quel “figlio” che vive represso, quel bel litigio che poi finisce in un abbraccio paterno e consolatore…

Certo però che sarebbe meglio evitare. Che fastidio infatti questo Stato che ci obbliga ad arrabbiarci, ad andargli contro, quando vorremmo solamente viverci dentro in pace; maledetto Stato che ci obbliga a indignarci…

Ma in fondo, in malafede, come chi vende la Sardegna, o in buonafede, come chi vorrebbe difenderla dal “puro” colonialismo, il gioco è sempre quello e il finale rischia di essere ancora una volta scontato.

L’abbiamo già visto questo irrompere dell’umiliazione nel torpore del presente “pacificato” e l’abbiamo già sentito il grido alla “resistenza”, all’ “orgoglio”, a “su connottu”. E abbiamo visto come è finita ogni volta. L’abbiamo già sperimentata l’efficacia di questo atteggiamento. Evidentemente c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo modo di approcciare le cose.

 

E allora diciamocela tutta.

Quanto può durare e dove può portare una protesta che nono nasce da una qualche presa di coscienza di sé ma da un puro risentimento per un torto subito? E non a caso è una “protesta”, una “lamentela” un po’ più arrabbiata, niente di più…

Ma soprattutto quanto può durare e dove può portare – cioè come può effettivamente cambiare il corso degli eventi – una “protesta” contro lo Stato, contro il suo volere e le sue decisioni, quando questa stessa protesta si legittima sulla propria appartenenza allo Stato stesso? Quando fa discendere dalla lealtà stessa allo Stato il diritto a protestare? Quando si appella allo Stato per avere giustizia? (…invece di prendersela, di costruirsela, di guadagnarsela con la propria azione inventiva e liberatrice, questa diavolo di giustizia!)

Se la Sardegna è una parte d’Italia, e i sardi sono nient’altro che italiani con accento diverso o con la fortuna di non doversi muovere quanto gli altri per fare le vacanze (privilegio che in qualche modo dovremo pur pagare, ci dirà forse un giorno la simpatica “comunità nazionale”), se la situazione è questa, perché le famose scorie non dovrebbero arrivare da noi? Non è effettivamente la zona più sicura (meno sismica, più disabitata, meglio “sorvegliata”) “d’Italia”? Qualcuno dirà che non è giusto, che le scorie se le prenda qualcun altro: ma attenzione, caro sardo italiano, questo è alquanto “leghista”, questo è un modo per fare campanilismo, per chiedere il privilegio di una parte dello Stato rispetto al resto, a discapito del “bene comune” della nazione, pensaci…

Si dirà “ma noi abbiamo già le basi militari!”. Ma così non si fa che confermare la perversità del discorso: cioè, protestiamo e abbiamo ragione di protestare “perché abbiamo già dato”! Ma così non si va molto lontano: anche ammesso che si sia in credito con lo Stato ciò non toglie che questo tipo di protesta non scalfisce la sua legittimità a fare quello che vuole fare, anzi, la rafforza! Perché gli fa capire che non è in gioco una giustezza della sua azione ma solo un mero calcolo: di costi e benefici, di problemi e garanzie, di crediti e di debiti…un compromesso alla fine lo si trova sempre…

…e se non lo si trova poco male perché alla fine alla domanda “altrimenti?” la risposta è in puro stile “sardista” (molto simile alle splendide farse in stile Bud Spencer e Terence Hill): “altrimenti ci arrabbiamo”, niente di meno.

Ma varrà pure sopportare un po’ di “protesta simil-separatista” quando i presupposti sono così deboli che alla lunga, si sa, questi sardi sono ancora pronti a metterci una pietra sopra.

E anche giustamente: non si cambia identità solo perché ti portano le scorie, si cambia identità se ne hai un’altra con cui identificarti, sia che le scorie te le portino in casa, sia che te le portino via…

 

Nel 1967, in un articolo intitolato “Verso l’indipendenza” pubblicato su La Nuova Sardegna, Antoni Simon Mossa citava questa frase di Michelangelo Pira: “La Sardegna ha sperimentato non solo la politica colonialistica, ma anche quella di colonizzazione in senso stretto. Ieri le migliori località della costa erano occupate dai militari, oggi dal capitale forestiero industriale turistico. Ieri Arborea: oggi i poli di sviluppo industriale. La politica italiana è sempre stata politica colonialista, sia quando si è rivolta all’esterno con le avventure africane, sia quando si è rivolta all’interno. Sono cambiati i miti di questa politica ma la sostanza è rimasta. Che oggi siano i tecnocrati di Roma o di Bruxelles a dire quel che è bene fare o non fare in Baronia e dintorni, anziché i ministri piemontesi, non cambia molto, cioè non rovescia la tendenza. Mutano le forme del colonialismo ma la sua sostanza di sfruttamento delle zone coloniali resta. Mutano anche le forme della resistenza sarda a questa politica, ma resta il fatto che essa non riesce a rovesciare il rapporto”.

Ecco un lucido passo anti-colonialista che ci espone tutta l’impossibilità di risolvere la questione, gli “effetti”, del colonialismo se continuiamo a pensare secondo lo schema anti-colonialista, se non ci liberiamo dell’anti-qualcosa e della morsa con il colonizzato e iniziamo a giocare un gioco diverso.

Qual è il modo di pensare l’azione dell’anti-colonialismo? La “resistenza”, la resistenza al “nemico”. Quale prospettiva di vita futura ci dà? Nessuna, nel senso che l’unica prospettiva è che noi esistiamo solo per resistere a chi ci colonizza. Lui esiste davvero e ci tratta come colonia, noi ce ne accorgiamo e resistiamo. Punto e basta, noi non abbiamo una vita nostra senza di lui, noi non esistiamo in modo indipendente. Abbiamo bisogno di essere colonizzati per avere almeno una identità, quella di chi resiste alla colonizzazione.

Qual è l’obbiettivo massimo raggiungibile? “Rovesciare il rapporto”, cioè? Diventare colonizzatori di chi ci colonizzava?! Apparentemente sembra assurdo ma facciamo attenzione: la colonizzazione si riduce qui allo “sfruttamento” delle zone coloniali. L’inversione di tendenza, il ribaltamento non sarà forse, molto prosaicamente, riuscire a sfruttare chi ci sfruttava? Cosa faremo dunque? Resisteremo in attesa di poter portare i nostri rifiuti in Italia? Non mi sembra umanamente molto simpatico…del resto questo discorso, a guardarlo bene, è ancora tutto economicistico, e molto rivendicazionistico! Lo sfrutteremo chiedendogli i suoi soldi, minacciandolo e ricattandolo, per avere sviluppo e progresso! Se gridiamo e li spaventiamo vedrete che ce lo danno, ce lo portano! E così, data questa identità politico-culturale comune e non questionabile, rimane immutata la forma profonda del rapporto: si è sempre avvinghiati nell’odio e nello sfruttamento reciproco. Oppure tutto questo sfogo, da parte di una colonia che è pur sempre interna, non può che sfociare nell’impegnarsi a riformare lo Stato che ci colonizza, a renderlo migliore, a farlo diventare meno cattivo. E se anche ciò riuscisse sarebbe comunque evidente che lo Stato si è preso la nostra vita, l’ha avuta, gliela si regala…ma ovviamente tutto ciò ha un senso se uno pensa di avere un’altra vita da vivere, se uno crede di poter esprimere un modo diverso di stare al mondo.

 

La questione è chiara, è passata anche la constatazione di Pira, e la storia si ripete: evidentemente quel modo di impostare le cose, di farsi prendere dalla furia cieca e improvvisata, capace di reagire ma non di agire, non risolve la questione al suo fondo.

Come scriveva appresso Simon Mossa, la questione trova la sua soluzione partendo dall’acquisizione della “coscienza di nazionalità”, quella che si dirige dritta verso l’indipendenza, quella  per cui l’obbiettivo non è arginare la sconfitta, o il singolo evento distruttivo, ma far propria tutta la posta in gioco.

Certo la cosa non è semplice: essere progettuali globalmente, avere la visione di una Repubblica indipendente, riuscire a porre la questione a questo livello, è molto complesso e richiede grandi sforzi ma è l’unica via veramente percorribile. Per incamminarsi su questa via bisogna rendersi conto che l’elaborazione deve partire da noi stessi: noi siamo il soggetto in questione, a prescindere da ciò che supposti colonizzatori possano contingentemente dire o fare.

Il discorso anti-colonialista sbaglia là dove non si preoccupa di nutrire di spirito di libertà e coscienza di sé il colonizzato, credendo che questo riuscirà a produrre un cambiamento della sua condizione di vita con il solo reagire all’oppressione.

La verità è che, oggi più di ieri, la partita si gioco fra di noi, dentro di noi, nella nostra capacità di pensare e vedere noi stessi diversamente. Solo un popolo cosciente di sé e in cammino verso l’Indipendenza può rendere impossibili i progetti umilianti che facilmente gli vengono imposti.

La sicurezza e la consapevolezza di sé generano molto più rispetto, e bloccano l’avversario, molto più che una reazione umorale, disorganizzata e fondamentalmente contraddittoria. 

 

Cari amici in buonafede, per vincere bisogna cambiare il gioco, tracciare il proprio terreno e inventare un proprio stile, dei propri modi di giocare, ma soprattutto bisogna cambiare l’obbiettivo. Non vince chi alza di più la voce, chi protesta di più, chi la spara più grossa, chi si mostra più “incazzato”, chi fa di più il “combattente resistente”: si vince quando si torna in controllo del proprio futuro, del proprio spazio e del proprio tempo. Nessuno di noi può e deve privarsi del sentimento di indignazione che dalle viscere e dal cuore ci sale in gola, ma o questa energia trova la sua via in una scelta creativa e indipendentista o finisce per fare il gioco di ciò che dice di voler combattere.

 

19/06/2003

IRS – Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna

 

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(Piazza Montecitorio, maggio 2001.

La nostra azione nonviolenta, guidata dal coordinatore

nazionale di IRS Gavino Sale, contro l'importazione

in Sardegna dei rifiuti tossici e radioattivi europei e italiani.

foto by IRS/Su Cuncordu 2001)

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