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"La Sardegna, i sardi, le scorie: il punto di vista indipendentista"
Eccoci di nuovo qua. Ecco che i sardi nuovamente si
“arrabbiano” e nuovamente sfoderano il famoso “orgoglio” sardesco.
Ecco anche, di nuovo, che altri sardi si prestano, e prestano la loro terra (o
diciamo meglio, “non avrebbero problemi a prestarla”), ad un atto da cui
con tutta probabilità sarebbe impossibile tornare indietro. Ora però c’è il problema che questi ultimi sono più che
altro un “presupposto” della situazione: se la Sardegna diventa una bomba
nucleare in mezzo al Mediterraneo ci dovrà pur essere qualcuno dei
“nostri” che ha “tradito”, che ci ha barattato per pochi (rispetto al
danno che fa alla collettività, forse moltissimi rispetto al suo guadagno
personale) denari. Ci deve essere – viene da pensare – ma a guardarsi in
giro, in apparenza non c’è. Ciò che si vede è che tutti, ora, sono
“contro”. Certo si può sempre pensare che c’è chi dice di essere
contro ma lo fa fintamente o male, che ci sono tante persone che nel silenzio
della rassegnazione o dell’illusione di chi sa quale “progresso”
fondamentalmente accettano che ciò che sta accadendo accada, ma questo non
cambia la percezione di fondo: ora, pare, siamo compatti e uniti.
Davvero? Su cosa? Ecco che torna lo Stato arrogante e distruttore, anzi,
“colonizzatore”. Ecco che torna lo Stato esplicitamente santificato dai
sardi con la partecipazione a Guerre e Feste varie (queste sempre
“autentiche”, sempre piene di “valori”, anche quando espongono parate
militari), al rito del tifo per la nazionale italiana e la Ferrari, alla gente
che accorre a quegli assurdi “parchi gioco” organizzati dall’Esercito,
lo Stato santificato con le elezioni, con il dibattito sugli eventi
“nazionali”, con il senso “civico” di destra o di sinistra,
conformista o antagonista, nazionalista o internazionalista, ma in fondo
sempre “italiano” e anti-indipendentista. Ecco che torna, anzi, che sempre
permane, la venerazione implicita di chi ogni giorno ripete vecchi e
logori stereotipi sulla propria italianità, che culla la propria
identità in una immaginazione etero-prodotta, di chi preferisce conservare la
tradizione e non inventare nulla – non sia mai che sembri che il mondo si
muove anche per merito nostro e a modo nostro –, di chi accetta di
cancellare la propria Storia per non rischiare di apparire diverso e fare
brutte figure, o essere rinnegato! …di chi dice che lo Stato è “colonialista” ma la
Sardegna non è una Nazione… Eh sì, perché siamo di nuovo qui; siamo di nuovo (quando va
bene) all’anti-colonialismo, ovvero al fatto che la Sardegna guadagna una
sua identità, in questo caso l’“essere colonia”, solo perché qualcun
altro la obbliga a questa situazione. E così si può essere uniti solo
nell’essere contro…senza alcuno sforzo proprio, elaborativo: solo
per inerzia, solo perché l’offesa si è fatta troppo grande. Ma se non ci
fosse stata l’offesa? Se non ci fosse stato questo pessimo Stato ma uno
buono, illuminato, giusto? E se ci fosse domani? Cosa faremmo? accetteremmo di
buon grado di farne parte, di sentirci e dirci “italiani”? Grandi problemi
per chi non è indipendentista, per chi non ha coscienza della propria diversa
nazionalità, a prescindere dal fatto che ci mandino le scorie, i soldi
dell’assistenza, lo sviluppo, la cultura o quant’altro…Del resto per ora
(ma forse, a ben pensarci e guarda caso, è da sempre) lo Stato è “davvero
cattivo” e così il problema per questi sardi continuamente e
quotidianamente anti-sardi non si pone: ora ci si può concedere di protestare
e rivendicare, di mostrarsi risentiti, umiliati, offesi, sfruttati. Ci vuole
ogni tanto, come sfogo, per poi riuscire a sopportare un altro po’ di anni
di umiliazioni meno eclatanti e più quotidiane. Ci vuole, per quel
“figlio” che vive represso, quel bel litigio che poi finisce in un
abbraccio paterno e consolatore… Certo però che sarebbe meglio evitare. Che fastidio infatti
questo Stato che ci obbliga ad arrabbiarci, ad andargli contro, quando
vorremmo solamente viverci dentro in pace; maledetto Stato che ci obbliga a
indignarci… Ma in fondo, in malafede, come chi vende la Sardegna, o in
buonafede, come chi vorrebbe difenderla dal “puro” colonialismo, il gioco
è sempre quello e il finale rischia di essere ancora una volta scontato. L’abbiamo già visto questo irrompere dell’umiliazione
nel torpore del presente “pacificato” e l’abbiamo già sentito il grido
alla “resistenza”, all’ “orgoglio”, a “su connottu”. E abbiamo
visto come è finita ogni volta. L’abbiamo già sperimentata l’efficacia
di questo atteggiamento. Evidentemente c’è qualcosa di profondamente
sbagliato in questo modo di approcciare le cose. E allora diciamocela tutta. Quanto può durare e dove può portare una protesta che nono
nasce da una qualche presa di coscienza di sé ma da un puro risentimento per
un torto subito? E non a caso è una “protesta”, una “lamentela” un
po’ più arrabbiata, niente di più… Ma soprattutto quanto può durare e dove può portare – cioè
come può effettivamente cambiare il corso degli eventi – una “protesta”
contro lo Stato, contro il suo volere e le sue decisioni, quando questa stessa
protesta si legittima sulla propria appartenenza allo Stato stesso? Quando fa
discendere dalla lealtà stessa allo Stato il diritto a protestare? Quando si
appella allo Stato per avere giustizia? (…invece di prendersela, di
costruirsela, di guadagnarsela con la propria azione inventiva e liberatrice,
questa diavolo di giustizia!) Se la Sardegna è una parte d’Italia, e i sardi sono
nient’altro che italiani con accento diverso o con la fortuna di non doversi
muovere quanto gli altri per fare le vacanze (privilegio che in qualche modo
dovremo pur pagare, ci dirà forse un giorno la simpatica “comunità
nazionale”), se la situazione è questa, perché le famose scorie non
dovrebbero arrivare da noi? Non è effettivamente la zona più sicura (meno
sismica, più disabitata, meglio “sorvegliata”) “d’Italia”? Qualcuno
dirà che non è giusto, che le scorie se le prenda qualcun altro: ma
attenzione, caro sardo italiano, questo è alquanto “leghista”, questo è
un modo per fare campanilismo, per chiedere il privilegio di una parte dello
Stato rispetto al resto, a discapito del “bene comune” della nazione,
pensaci… Si dirà “ma noi abbiamo già le basi militari!”. Ma così
non si fa che confermare la perversità del discorso: cioè, protestiamo e
abbiamo ragione di protestare “perché abbiamo già dato”! Ma così non si
va molto lontano: anche ammesso che si sia in credito con lo Stato ciò non
toglie che questo tipo di protesta non scalfisce la sua legittimità a fare
quello che vuole fare, anzi, la rafforza! Perché gli fa capire che non è in
gioco una giustezza della sua azione ma solo un mero calcolo: di costi e
benefici, di problemi e garanzie, di crediti e di debiti…un compromesso alla
fine lo si trova sempre… …e se non lo si trova poco male perché alla fine alla
domanda “altrimenti?” la risposta è in puro stile “sardista” (molto
simile alle splendide farse in stile Bud Spencer e Terence Hill):
“altrimenti ci arrabbiamo”, niente di meno. Ma varrà pure sopportare un po’ di “protesta
simil-separatista” quando i presupposti sono così deboli che alla lunga, si
sa, questi sardi sono ancora pronti a metterci una pietra sopra. E anche giustamente: non si cambia identità solo perché ti
portano le scorie, si cambia identità se ne hai un’altra con cui
identificarti, sia che le scorie te le portino in casa, sia che te le portino
via… Nel 1967, in un articolo intitolato “Verso
l’indipendenza” pubblicato su La Nuova Sardegna, Antoni Simon Mossa citava
questa frase di Michelangelo Pira: “La Sardegna ha sperimentato non solo la
politica colonialistica, ma anche quella di colonizzazione in senso stretto.
Ieri le migliori località della costa erano occupate dai militari, oggi dal
capitale forestiero industriale turistico. Ieri Arborea: oggi i poli di
sviluppo industriale. La politica italiana è sempre stata politica
colonialista, sia quando si è rivolta all’esterno con le avventure
africane, sia quando si è rivolta all’interno. Sono cambiati i miti di
questa politica ma la sostanza è rimasta. Che oggi siano i tecnocrati di Roma
o di Bruxelles a dire quel che è bene fare o non fare in Baronia e dintorni,
anziché i ministri piemontesi, non cambia molto, cioè non rovescia la
tendenza. Mutano le forme del colonialismo ma la sua sostanza di sfruttamento
delle zone coloniali resta. Mutano anche le forme della resistenza sarda a
questa politica, ma resta il fatto che essa non riesce a rovesciare il
rapporto”. Ecco un lucido passo anti-colonialista che ci espone tutta
l’impossibilità di risolvere la questione, gli “effetti”, del
colonialismo se continuiamo a pensare secondo lo schema anti-colonialista, se
non ci liberiamo dell’anti-qualcosa e della morsa con il colonizzato e
iniziamo a giocare un gioco diverso. Qual è il modo di pensare l’azione
dell’anti-colonialismo? La “resistenza”, la resistenza al “nemico”.
Quale prospettiva di vita futura ci dà? Nessuna, nel senso che l’unica
prospettiva è che noi esistiamo solo per resistere a chi ci colonizza. Lui
esiste davvero e ci tratta come colonia, noi ce ne accorgiamo e resistiamo.
Punto e basta, noi non abbiamo una vita nostra senza di lui, noi non esistiamo
in modo indipendente. Abbiamo bisogno di essere colonizzati per avere almeno
una identità, quella di chi resiste alla colonizzazione. Qual è l’obbiettivo massimo raggiungibile? “Rovesciare
il rapporto”, cioè? Diventare colonizzatori di chi ci colonizzava?!
Apparentemente sembra assurdo ma facciamo attenzione: la colonizzazione si
riduce qui allo “sfruttamento” delle zone coloniali. L’inversione di
tendenza, il ribaltamento non sarà forse, molto prosaicamente, riuscire a
sfruttare chi ci sfruttava? Cosa faremo dunque? Resisteremo in attesa di poter
portare i nostri rifiuti in Italia? Non mi sembra umanamente molto
simpatico…del resto questo discorso, a guardarlo bene, è ancora tutto
economicistico, e molto rivendicazionistico! Lo sfrutteremo chiedendogli i
suoi soldi, minacciandolo e ricattandolo, per avere sviluppo e progresso! Se
gridiamo e li spaventiamo vedrete che ce lo danno, ce lo portano! E così,
data questa identità politico-culturale comune e non questionabile, rimane
immutata la forma profonda del rapporto: si è sempre avvinghiati nell’odio
e nello sfruttamento reciproco. Oppure tutto questo sfogo, da parte di una
colonia che è pur sempre interna, non può che sfociare nell’impegnarsi a
riformare lo Stato che ci colonizza, a renderlo migliore, a farlo diventare
meno cattivo. E se anche ciò riuscisse sarebbe comunque evidente che lo Stato
si è preso la nostra vita, l’ha avuta, gliela si regala…ma ovviamente
tutto ciò ha un senso se uno pensa di avere un’altra vita da vivere, se uno
crede di poter esprimere un modo diverso di stare al mondo. La questione è chiara, è passata anche la constatazione di
Pira, e la storia si ripete: evidentemente quel modo di impostare le cose, di
farsi prendere dalla furia cieca e improvvisata, capace di reagire ma non di
agire, non risolve la questione al suo fondo. Come scriveva appresso Simon Mossa, la questione trova la sua
soluzione partendo dall’acquisizione della “coscienza di nazionalità”,
quella che si dirige dritta verso l’indipendenza, quella
per cui l’obbiettivo non è arginare la sconfitta, o il singolo
evento distruttivo, ma far propria tutta la posta in gioco. Certo la cosa non è semplice: essere progettuali
globalmente, avere la visione di una Repubblica indipendente, riuscire a porre
la questione a questo livello, è molto complesso e richiede grandi sforzi ma
è l’unica via veramente percorribile. Per incamminarsi su questa via
bisogna rendersi conto che l’elaborazione deve partire da noi stessi: noi
siamo il soggetto in questione, a prescindere da ciò che supposti
colonizzatori possano contingentemente dire o fare. Il discorso anti-colonialista sbaglia là dove non si
preoccupa di nutrire di spirito di libertà e coscienza di sé il colonizzato,
credendo che questo riuscirà a produrre un cambiamento della sua condizione
di vita con il solo reagire all’oppressione. La verità è che, oggi più di ieri, la partita si gioco fra
di noi, dentro di noi, nella nostra capacità di pensare e vedere noi stessi
diversamente. Solo un popolo cosciente di sé e in cammino verso
l’Indipendenza può rendere impossibili i progetti umilianti che facilmente
gli vengono imposti. La sicurezza e la consapevolezza di sé generano molto più
rispetto, e bloccano l’avversario, molto più che una reazione umorale,
disorganizzata e fondamentalmente contraddittoria. Cari amici in buonafede, per vincere bisogna cambiare il
gioco, tracciare il proprio terreno e inventare un proprio stile, dei propri
modi di giocare, ma soprattutto bisogna cambiare l’obbiettivo. Non vince chi
alza di più la voce, chi protesta di più, chi la spara più grossa, chi si
mostra più “incazzato”, chi fa di più il “combattente resistente”:
si vince quando si torna in controllo del proprio futuro, del proprio spazio e
del proprio tempo. Nessuno di noi può e deve privarsi del sentimento di
indignazione che dalle viscere e dal cuore ci sale in gola, ma o questa
energia trova la sua via in una scelta creativa e indipendentista o finisce
per fare il gioco di ciò che dice di voler combattere.
19/06/2003 IRS – Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna
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(Piazza Montecitorio, maggio 2001. La nostra azione nonviolenta, guidata dal coordinatore nazionale di IRS Gavino Sale, contro l'importazione in Sardegna dei rifiuti tossici e radioattivi europei e italiani. foto by IRS/Su Cuncordu 2001) > vai allo speciale sull'azione
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www.indipendentzia.net + www.repubricadesardigna.net
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