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 COMUNICATO SCORIE #3 28 giugno 2003

> pubblicato in occasione della conferenza stampa internazionale del 28/06

"Noi siamo un'altra Nazione

e decidiamo noi del nostro futuro"

 

«Noi non possiamo essere, e non saremo, il “deposito unico nazionale” italiano per il semplice ma decisivo motivo che noi non siamo italiani: noi siamo un’altra Nazione e decidiamo noi del nostro futuro»

 

Non ha senso implorare pietà, e nemmeno “giustizia”, dallo Stato italiano, legittimandolo implicitamente così nella sua presunzione di essere depositario non solo delle regole, della bontà e del sapere su ciò che è giusto per noi ma soprattutto come detentore, artefice e giudice del nostro destino. Insomma lasciandogli implicitamente capire che può fare quello che vuole, che può fare quello che non deve nemmeno immaginare di fare.

Ha senso invece affermare con forza che non sono loro che decideranno se portare o meno le scorie in Sardegna, ma siamo noi, il popolo sardo, questa Nazione, che decide del suo futuro e che ha deciso che qui, in Sardegna, le scorie non arriveranno.

Noi decidiamo di noi stessi: questa è autodeterminazione. Un’autodeterminazione su di un fatto singolo in vista della nostra autodeterminazione totale e definitiva.

 

Non ha senso dire che “abbiamo già pagato”, dato che al più significherebbe ammettere con rassegnazione che in tutti questi anni ci siamo lasciati “coglionizzare” (che non è lo stesso di “colonizzare”, evidentemente) e che ora richiediamo clemenza. Come se noi considerassimo che un ingiustizia finché non supera una certa quantità è giusta. Non ha senso: un’azione ingiusta e umiliante è ingiusta e umiliante sempre.

Ha senso invece cogliere quest’occasione per dirgli che non solo non vogliamo i loro rifiuti, ma neanche ciò che finora sono riusciti a farci ingoiare, come le servitù militari. Dobbiamo dirgli che noi, il popolo sardo, stiamo scegliendo di vivere in pace, di agire per la pace: che non vogliamo essere e non saremo in futuro un campo di esercitazioni, finte o reali, fra i più grandi del mondo.

E dobbiamo ricordargli che noi lotteremo per non subire più quelle devastazioni, speculazioni, esercitazioni, depredazioni e intossicazioni che sebbene apparentemente in minore quantità, ci vengono imposte (e molti sardi avallano) già ora, quotidianamente.

Noi gli stiamo dicendo, e dobbiamo farlo sempre di più e sempre più collettivamente, che noi abbiamo già deciso, prima e a prescindere dalle scorie. Che noi, di certo noi indipendentisti di Indipendèntzia-Repùbrica de Sardigna, non ci svegliamo solo quando si profila la catastrofe in un sol colpo ma che siamo vigili e lottiamo, con le forze che abbiamo, anche quando questa catastrofe la si costruisce silenziosamente e furtivamente ogni giorno, facilitati dal torpore delle coscienze e dall’incoscienza suicida e servile della classe dirigente sarda unionista-autonomista.

 

Non ha senso ribellarsi “per il turismo” o perché in giro si dice che la nostra “è l’isola più bella del mondo”. A parte l’effetto immediato e mediatico che questi slogan possono avere su di noi e soprattutto su molti non sardi compiaciuti (fra cui, va detto, anche turisti italiani che probabilmente amano sinceramente la Sardegna) questa impostazione è al fondo e alla lunga assurda.

Ha senso invece chiarire, soprattutto a noi stessi, che se diciamo “no alle scorie” è prima di tutto “per i sardi”, per tutti coloro che vivono in Sardegna, per la loro salute, per il loro futuro, per il loro benessere possibile. E per salvaguardare questa terra come parte del pianeta terra, per noi e per tutti coloro che in amicizia e rispetto verranno a visitarci.

Dunque noi diciamo “no alle scorie” innanzitutto per noi, per la nostra vita, la nostra esistenza, non “per il turismo”, per un freddo calcolo economico. Il turismo è una conseguenza della nostra esistenza non il suo motore. Noi non viviamo e moriamo per il turismo (che cos’è il turismo?!…un figlio, una figlia, una madre, un padre, un amico, un amore, un ospite, una qualsiasi entità vivente da difendere e proteggere nella sua fragile esistenza…è forse questo?); casomai è il turismo che può aiutarci a vivere meglio. Ma le parti devono essere chiare, non si possono ribaltare.

Allora deve essere chiaro che ci si batte per la libertà, l’esistenza e la dignità del popolo sardo, e dunque anche della sua terra. È questo il principio che poi ci consente di sviluppare un nostro turismo, una nostra industria agro-alimentare, una nostra pastorizia, un nostro commercio, un nostro artigianato, un nostro terziario, i nostri media, la nostra information technology, la nostra arte…Non il contrario.

E poi ha senso dire con grande tranquillità e fermezza che non ha senso fare quello che stiamo facendo partendo dal presupposto seducente ma assolutamente privo di fondamento che noi siamo l’isola più bella del mondo.

Perché, se noi, il popolo sardo, questa Nazione, vivesse in un bruttissimo territorio, in una landa deserta e misera, sarebbe forse giusto condannarsi a morire sepolti da un cumulo di scorie radioattive? Scorie che peraltro nemmeno abbiamo scelto noi di produrre (e di cui probabilmente non abbiamo neanche partecipato ai benefici – sempre che ce ne siano stati), scorie di cui non abbiamo la responsabilità.

E poi, se un giorno si dicesse in giro che la Sardegna non è più l’isola più bella, più appetibile per il business turistico e ambientalistico, dovremmo allora chinare il capo e ingoiare rifiuti?

Qui si sta parlando della vita di un popolo, di una collettività, non si può ridurre tutto a “natura” e nemmeno a pensare che dobbiamo fare qualcosa perché qualcuno dice che dovremmo farlo: non perché non ci debba essere e non dobbiamo accettare che qualcuno ci dia consigli, stimoli, collaborazioni ma per il semplice fatto che un domani gli altri la potrebbero pensare anche all’opposto ma la scelta finale, e i suoi effetti, alla fine tocca a noi.

Noi dobbiamo decidere, noi dobbiamo prenderci – ce le vogliamo prendere, nel bene e nel male – le nostre responsabilità.

Il discorso è globale. Il discorso investe il globo, è evidente. Siamo dentro un meccanismo globale per cui i residui del benessere del “centro” del mondo tendono a finire sempre più nelle “periferie” dominate, dominate due volte. Una volta quando sono state messe in condizioni non poter far crescere una loro economia, con i loro modelli di ben-essere, impossibilitati a partecipare alla produzione e condivisione della “ricchezza” del mondo e ciò proprio perché privati della loro libertà fondamentale, quella di sapersi e credersi soggetti attivi del mondo a pari dignità con gli altri. Una seconda volta proprio perché, una volta convinti di essere dei “morti di fame” e dei “morti viventi” (vale a dire incapaci di fare alcunché senza la guida e la protezione di qualcun altro, il famoso “non ce la faremo mai da soli”!) non possono che ringraziare per la possibilità che gli viene offerta: possibilità simbolica di essere parte del centro, divenendo custode dei suoi preziosi rifiuti, possibilità concreta di qualche posto di lavoro, di finto “sviluppo” che quella custodia comporta. Come se questi fossero posti di lavoro veri e appetibili (laddove, fra l’altro, i grandi proventi vanno sempre al centro, una buona parte a quei dominati che se ne fanno complici, le briciole ai lavoratori, i danni alle comunità che si illudono di aver trovato il tesoro).

E allora è necessario che ciascuno si assuma le sue responsabilità, che chi vuole il benessere a quel prezzo si carichi poi dell’onere dei suoi costi. Anche perciò le scorie non possono andare né in Sardegna né in tutti quei luoghi della terra, belli o brutti, che dopo essere stati messi in condizione di assoggettamento e dominio, di servilismo e assistenzialismo (le due cose vanno insieme) ora vengono sottilmente ricattati – con l’illusione dello sviluppo moderno - o costretti – da Nazioni-Stato che non hanno di meglio da fare che calpestare la dignità di chi non è ancora indipendente.

 

Ma ciò che più di tutto ha senso, che traccia il nostro senso, nasce dal confronto con ciò che credono di poter fare di noi: il loro “deposito unico nazionale per le scorie radioattive”.

E allora va detto. Noi non possiamo essere, e non saremo, il “deposito unico nazionale” italiano per il semplice ma decisivo motivo che noi non siamo italiani: noi siamo un’altra Nazione e decidiamo noi del nostro futuro.

Questo è il senso e la direzione che dobbiamo seguire, fino alla nostra totale autodeterminazione. Fino, e oltre, alla Repubblica di Sardegna.

 

 

28/06/2003

IRS Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna

 

 

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(Piazza Montecitorio, maggio 2001.

La nostra azione nonviolenta, guidata dal coordinatore

nazionale di IRS Gavino Sale, contro l'importazione

in Sardegna dei rifiuti tossici e radioattivi europei e italiani.

foto by IRS/Su Cuncordu 2001)

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