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> pubblicato in occasione della conferenza stampa internazionale del 28/06 "Noi siamo un'altra Nazione e decidiamo noi del nostro futuro"
«Noi non possiamo essere, e non
saremo, il “deposito unico nazionale” italiano per il semplice ma decisivo
motivo che noi non siamo italiani: noi siamo un’altra Nazione e
decidiamo noi del nostro futuro» Non ha senso implorare pietà, e
nemmeno “giustizia”, dallo Stato italiano, legittimandolo implicitamente
così nella sua presunzione di essere depositario non solo delle regole, della
bontà e del sapere su ciò che è giusto per noi ma soprattutto come
detentore, artefice e giudice del nostro destino. Insomma lasciandogli
implicitamente capire che può fare quello che vuole, che può fare quello che
non deve nemmeno immaginare di fare. Ha senso invece affermare con forza
che non sono loro che decideranno se portare o meno le scorie in Sardegna, ma
siamo noi, il popolo sardo, questa Nazione, che decide del suo futuro e che ha
deciso che qui, in Sardegna, le scorie non arriveranno. Noi decidiamo di noi stessi: questa
è autodeterminazione. Un’autodeterminazione su di un fatto singolo in vista
della nostra autodeterminazione totale e definitiva. Non ha senso dire che “abbiamo già
pagato”, dato che al più significherebbe ammettere con rassegnazione che in
tutti questi anni ci siamo lasciati “coglionizzare” (che non è lo stesso
di “colonizzare”, evidentemente) e che ora richiediamo clemenza. Come se
noi considerassimo che un ingiustizia finché non supera una certa quantità
è giusta. Non ha senso: un’azione ingiusta e umiliante è ingiusta e
umiliante sempre. Ha senso invece cogliere
quest’occasione per dirgli che non solo non vogliamo i loro rifiuti, ma
neanche ciò che finora sono riusciti a farci ingoiare, come le servitù
militari. Dobbiamo dirgli che noi, il popolo sardo, stiamo scegliendo di
vivere in pace, di agire per la pace: che non vogliamo essere e non saremo in
futuro un campo di esercitazioni, finte o reali, fra i più grandi del mondo. E dobbiamo ricordargli che noi
lotteremo per non subire più quelle devastazioni, speculazioni,
esercitazioni, depredazioni e intossicazioni che sebbene apparentemente in
minore quantità, ci vengono imposte (e molti sardi avallano) già ora,
quotidianamente. Noi gli stiamo dicendo, e dobbiamo
farlo sempre di più e sempre più collettivamente, che noi abbiamo già
deciso, prima e a prescindere dalle scorie. Che noi, di certo noi
indipendentisti di Indipendèntzia-Repùbrica de Sardigna, non ci svegliamo
solo quando si profila la catastrofe in un sol colpo ma che siamo vigili e
lottiamo, con le forze che abbiamo, anche quando questa catastrofe la si
costruisce silenziosamente e furtivamente ogni giorno, facilitati dal torpore
delle coscienze e dall’incoscienza suicida e servile della classe dirigente
sarda unionista-autonomista. Non ha senso ribellarsi “per il
turismo” o perché in giro si dice che la nostra “è l’isola più bella
del mondo”. A parte l’effetto immediato e mediatico che questi slogan
possono avere su di noi e soprattutto su molti non sardi compiaciuti (fra cui,
va detto, anche turisti italiani che probabilmente amano sinceramente la
Sardegna) questa impostazione è al fondo e alla lunga assurda. Ha senso invece chiarire,
soprattutto a noi stessi, che se diciamo “no alle scorie” è prima di
tutto “per i sardi”, per tutti coloro che vivono in Sardegna, per la loro
salute, per il loro futuro, per il loro benessere possibile. E per
salvaguardare questa terra come parte del pianeta terra, per noi e per tutti
coloro che in amicizia e rispetto verranno a visitarci. Dunque noi diciamo “no alle
scorie” innanzitutto per noi, per la nostra vita, la nostra esistenza, non
“per il turismo”, per un freddo calcolo economico. Il turismo è una
conseguenza della nostra esistenza non il suo motore. Noi non viviamo e
moriamo per il turismo (che cos’è il turismo?!…un figlio, una figlia, una
madre, un padre, un amico, un amore, un ospite, una qualsiasi entità vivente
da difendere e proteggere nella sua fragile esistenza…è forse questo?);
casomai è il turismo che può aiutarci a vivere meglio. Ma le parti devono
essere chiare, non si possono ribaltare. Allora deve essere chiaro che ci si
batte per la libertà, l’esistenza e la dignità del popolo sardo, e dunque
anche della sua terra. È questo il principio che poi ci consente di
sviluppare un nostro turismo, una nostra industria agro-alimentare, una nostra
pastorizia, un nostro commercio, un nostro artigianato, un nostro terziario, i
nostri media, la nostra information technology, la nostra arte…Non il
contrario. E poi ha senso dire con grande
tranquillità e fermezza che non ha senso fare quello che stiamo facendo
partendo dal presupposto seducente ma assolutamente privo di fondamento che
noi siamo l’isola più bella del mondo. Perché, se noi, il popolo sardo,
questa Nazione, vivesse in un bruttissimo territorio, in una landa deserta e
misera, sarebbe forse giusto condannarsi a morire sepolti da un cumulo di
scorie radioattive? Scorie che peraltro nemmeno abbiamo scelto noi di produrre
(e di cui probabilmente non abbiamo neanche partecipato ai benefici – sempre
che ce ne siano stati), scorie di cui non abbiamo la responsabilità. E poi, se un giorno si dicesse in
giro che la Sardegna non è più l’isola più bella, più appetibile per il
business turistico e ambientalistico, dovremmo allora chinare il capo e
ingoiare rifiuti? Qui si sta parlando della vita di
un popolo, di una collettività, non si può ridurre tutto a “natura” e
nemmeno a pensare che dobbiamo fare qualcosa perché qualcuno dice che
dovremmo farlo: non perché non ci debba essere e non dobbiamo accettare che
qualcuno ci dia consigli, stimoli, collaborazioni ma per il semplice fatto che
un domani gli altri la potrebbero pensare anche all’opposto ma la scelta
finale, e i suoi effetti, alla fine tocca a noi. Noi dobbiamo decidere, noi dobbiamo
prenderci – ce le vogliamo prendere, nel bene e nel male – le nostre
responsabilità. Il discorso è globale. Il discorso
investe il globo, è evidente. Siamo dentro un meccanismo globale per cui i
residui del benessere del “centro” del mondo tendono a finire sempre più
nelle “periferie” dominate, dominate due volte. Una volta quando sono
state messe in condizioni non poter far crescere una loro economia, con i loro
modelli di ben-essere, impossibilitati a partecipare alla produzione e
condivisione della “ricchezza” del mondo e ciò proprio perché privati
della loro libertà fondamentale, quella di sapersi e credersi soggetti attivi
del mondo a pari dignità con gli altri. Una seconda volta proprio perché,
una volta convinti di essere dei “morti di fame” e dei “morti viventi”
(vale a dire incapaci di fare alcunché senza la guida e la protezione di
qualcun altro, il famoso “non ce la faremo mai da soli”!) non possono che
ringraziare per la possibilità che gli viene offerta: possibilità simbolica
di essere parte del centro, divenendo custode dei suoi preziosi rifiuti,
possibilità concreta di qualche posto di lavoro, di finto “sviluppo” che
quella custodia comporta. Come se questi fossero posti di lavoro veri e
appetibili (laddove, fra l’altro, i grandi proventi vanno sempre al centro,
una buona parte a quei dominati che se ne fanno complici, le briciole ai
lavoratori, i danni alle comunità che si illudono di aver trovato il tesoro). E allora è necessario che ciascuno
si assuma le sue responsabilità, che chi vuole il benessere a quel prezzo si
carichi poi dell’onere dei suoi costi. Anche perciò le scorie non possono
andare né in Sardegna né in tutti quei luoghi della terra, belli o brutti,
che dopo essere stati messi in condizione di assoggettamento e dominio, di
servilismo e assistenzialismo (le due cose vanno insieme) ora vengono
sottilmente ricattati – con l’illusione dello sviluppo moderno - o
costretti – da Nazioni-Stato che non hanno di meglio da fare che calpestare
la dignità di chi non è ancora indipendente. Ma ciò che più di tutto ha senso,
che traccia il nostro senso, nasce dal confronto con ciò che credono di poter
fare di noi: il loro “deposito unico nazionale per le scorie radioattive”. E allora va detto. Noi non possiamo
essere, e non saremo, il “deposito unico nazionale” italiano per il
semplice ma decisivo motivo che noi non siamo italiani: noi siamo un’altra
Nazione e decidiamo noi del nostro futuro. Questo è il senso e la direzione che dobbiamo seguire, fino alla nostra totale autodeterminazione. Fino, e oltre, alla Repubblica di Sardegna.
28/06/2003 IRS Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna
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(Piazza Montecitorio, maggio 2001. La nostra azione nonviolenta, guidata dal coordinatore nazionale di IRS Gavino Sale, contro l'importazione in Sardegna dei rifiuti tossici e radioattivi europei e italiani. foto by IRS/Su Cuncordu 2001) > vai allo speciale sull'azione
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